“Geologia di un padre”, il lavoro della memoria

Nel 2013 Valerio Magrelli ha dato alle stampe un romanzo che, per la sua forma, si configura come un unicum nel panorama italiano: stiamo parlando di “Geologia di un padre” (Einaudi).

In questo romanzo, Magrelli ha cercato di ricostruire la figura di suo padre, Giacinto, e la loro relazione attraverso brevi prose, per la precisione 83 – tante quante il numero degli anni del padre -, che costituiscono i capitoli del romanzo, incastonati tra un’introduzione fatta di disegni e schizzi realizzati dal Giacinto Magrelli e tre appendici costituite da poesie del nostro scrittore.

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 Copertina del libro “Geologia di un padre”, Valerio Magrelli, Einaudi (2013)

Magrelli quindi si è servito di svariati strumenti ed espedienti espressivi per compiere un’azione di scavo e ricostruzione di quel rapporto fondamentale, spesso indagato da filosofi, psicanalisti e letterati, che lega padre e figlio. Abbiamo appena usato un repertorio di immagini tipico dell’archeologia sulla scia della metafora che usa l’autore nel titolo del suo romanzo, definito “Geologia”. Il padre di Magrelli è stato un uomo non “d’altri tempi”, come si suol dire, ma addirittura di un’altra era, tanta era la distanza tra lui e i padri di oggi, tra cui si inserisce lo stesso Valerio Magrelli. Un padre tenero e buffo, sembra essere stato Giacinto, ma un padre padrone, un padre autoritario, di quelli che si sedevano a capotavola, un padre pre-Freud. Non è un caso che in esergo al libro Magrelli abbia riportato una citazione del padre della psicanalisi tratta da “Totem e tabù”: “Morto, il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo”.

E questo libro, osservando e rintracciando i fili che uniscono padre e figlio, attraverso il lavoro della memoria, si configura inevitabilmente anche come un libro sulla morte, sulla perdita, esperienza con cui i figli sono costretti a fare i conti. Ed è un libro sulla malattia, nel caso di Giacinto Magrelli il Parkinson, che si configura come un elemento estraneo che s’intromette d’improvviso nella vita del padre. L’irruzione della malattia è un elemento che ritroviamo chiaramente in “Patrimonio” di Philip Roth (2007), anch’esso un romanzo sulla figura del padre che sonda il concetto di eredità.

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 Valerio Magrelli e la sua biblioteca

Tornando al nostro romanzo, alcuni capitoli riguardano infatti la morte di Giacinto e sono indubbiamente i più dolorosi del libro. Si intravede così una forte nostalgia per il padre, nonostante sia una figura remotissima, appartenente a un’altra era geologica. Questa nostalgia attraversa il libro come un fiume carsico: a volte scorre solo in sottofondo, altre volte, come nel capitolo 29, emerge con più evidenza:

“Desiderio di rievocarlo: perché? Forse perché mi manco. È come se soffrissi per la mia morte. Infatti, ai suoi occhi, il morto sono io. Io l’ho perso, nella stessa maniera in cui lui ha perso me. È come se avessi perso, per un lutto riflesso, una parte di me. E dunque mi compiango, molto più di quanto non compianga lui. Mi guardo attraverso i suoi occhi: ci siamo morti entrambi, reciprocamente.

Con la sua morte, è stata la nostra coppia a scomparire. Ormai siamo spaiati, definitivamente. Perciò, parlando di lui, passo dalla sua parte, gli giro dietro, gli vedo le carte, mi vedo al di là del tavolo da gioco, e scopro che per il suo sguardo io non esisto più. Morendo, lui ha perso suo figlio. Un nodo talmente complesso da non capire più a quale dei due capi ora mi trovi.”

Tuttavia, la rievocazione di Giacinto Magrelli è a tratti anche buffa, come si diceva, perché ci viene restituito in modo comico il ritratto di un uomo iracondo e impaziente, pronto ad avventarsi su oggetti, come un pacchetto di biscotti colpevole di avere un’apertura difficile, o contro le persone dalle quali ha subito un sopruso. Esilarante e malinconica la scena del biscotto:

“Scaglia il pacchetto a terra, lo calpesta, e sbriciola e disintegra ogni cosa, preda di un’energia che lo percuote da sempre. Quali infiniti giacimenti di furore nascondeva dentro di sé, alimentandoli giorno dopo giorno? […] Solo più tardi seppi che il suo Parkinson era prodotto da centinaia di ictus accumulati nel corso di decenni. Estrema ironia: il percussore percosso! L’ictus che sembra abbattersi sui biscotti, in realtà si abbatteva su di lui, povero biscotto della morte.”

Magrelli con questa prosa nervosa e vivace, caratterizzata da neologismi, tenta di ricostruire i pezzi delle loro vite. È un tentativo irrealizzabile proprio per la natura dell’impresa: l’impossibilità di fornire un ritratto completo di una figura così forte e importante. C’è sempre qualcosa che sfugge, c’è sempre una buona dose di ignoto della vita dell’altro, eppure Magrelli segue il comando che diede il padre di Roth allo scrittore: “non devi dimenticare nulla”, perché non è possibile testimonianza e lavoro del lutto senza memoria. Essere vivi significa, infatti, ricordare.

Giulia Novelli

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